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Antropolaroid | Recensione emozionale

E bravo Tindaro (Granata n.d.r.), contaminare un racconto con scatti istantaneamente visibili, fondere antropologia e fotografia per offrire un viaggio agitato e impegnato nel ricordo e nella memoria, non solo la tua, anche la mia e quella di tutti.

La memoria è quella parte di vita costruita con avvenimenti reali, racconti leggendari, immagini surreali che si sarebbero potute trasformare se solo si fosse stati consapevoli di ciò che si provava nel profondo di sé stessi.

Non è facile, non è difficile. E’ possibile.

Tindaro abita la scena ermetica con grande eleganza, si respira che quella storia è la sua storia, si sente il profumo della fatica che lo porterà a trasformare la propria eredità, il male si perpetua, ma anche la speranza. E’ un lavoro autentico, profondo, intimo, a tratti ripiegato su sé stesso, ma sempre di ampio respiro.

C’è solo una sedia sul palco, vestiti pallidi, vissuti, indossati con dignità e Tindaro colora tutto con le sue parole in un dialetto dai toni comprensibilissimi.

Il suo racconto concepisce nuove scenografie, disegna ritmi avvolgenti e in queste dimensioni immaginarie e immaginate lo spettatore azzarda un suo personale orgasmo.

Non si può restare composti sulle poltrone, si vive, si muore con lui, si risorge a nuove vite.

A volte raccontiamo quello che abbiamo vissuto, diamo un senso alla nostra vita e ai nostri ricordi solo raccontando; Tindaro racconta una storia per sé, Tindaro racconta una storia per noi, Tindaro ha raccontato, per me, la mia.

E bravo Tindaro!

 

Angela Infante - Presidente Gay Center

 
 


 

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