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27/04/2016 da redazione
Recensione de La Donna che Disse No
 
La donna che disse no

Recensione de La donna che disse NO, opera teatrale di Pier Paolo Saraceno 


Un abito nero agganciato ad una trave, un abito bianco, da sposa, fissato ad un’altra, questo bianco mi inquieta.

Una griglia di legno a maglie larghe e due ragazzi nella Sicilia d’onore degli anni ’60, anni in cui io sono nata.

Ero piccola nel 1965, e mentre aspettavo l’entrata in scena dei protagonisti, sentivo nelle orecchie il brusio di allora, parole difficili per una bambina di cinque anni. I miei genitori ne discutevano  e la televisione svolgeva il suo sacerdotale compito di indottrinamento.

Come era lontana la Sicilia da me, da quello che sarebbe diventate il mio pensare.

L’abito bianco continua a turbarmi, sembra fissarmi mentre aspetto con inquietudine che la scena prenda vita; indosso i miei 16 anni, gli stessi di Franca Viola, anni di piombo, quelli, anni di lotta.

I numeri 5 – 4 – 4 scanditi con rabbia dalla voce della protagonista sono ancora lì, poco è cambiato da quel "No" pronunciato con profondo rispetto di sé. Ancora lontano il tempo in cui le urla delle donne saranno uno smantellamento del significato di maschio.

Non era solo la Sicilia ad essere sorda, l’Italia intera non voleva ascoltare; è solo nel 1981 che si cominciano a produrre dei suoni sbiaditi.

Ecco gli attori: Maria Paola Tedesco, Franca, con mille dubbi e tanta determinazione, regala ad un pubblico spaventato la sua freschezza giocando con i suoi lunghi capelli; Pier Paolo Saraceno è Filippo, uomo di tradizioni e regole, le sue, uomo di mafia e d’onore, questo ha da offrire.

Un fremito di indignazione percorre il mio corpo, ad ogni loro battuta la mia domanda è sempre la stessa: cosa è cambiato, oggi?

Quel gioco a due, ben costruito, con una palla rossa, sulle note di Blu Canary  - che torni al nido, chi andò lontano, sa di tragedia annunciata; sento un rossore sul viso .

Poi arriva una sensazione di gelo durante la violenza al cui il mio stato emozionale non sa e non vuole abituarsi.

I personaggi soffrono, gli attori soffrono, io, seduta in poltrona, soffro.

Mentre Filippo, inginocchiato con le mani legate, si tormenta, io ho un sollievo di vendetta; mentre Franca ripete il suo NO, percepisco balsamo sulle mie ferite.

Mi alzo lentamente e dolorante, sussurrando un grazie a chi, come questa giovane compagnia, ha il coraggio di celebrare, senza dimenticare. Il più ingannevole dei fantasmi della storia è l’indifferenza; Franca replica sulla scena e nella vita che ha solo seguito il suo cuore.

Dovremmo farlo tutti, sempre.


Di Angela Infante, Presidente Gay Center

 

 

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WebMaster: Daniele Sorrentino
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